Rubriche | Torino | 29/04/2026 09:02:13

Una vita in due tempi: università e sport nella Torino dei giovani


Tra lo studio e il campo: la doppia vita dei giovani torinesi che conciliano università e sport. La storia di Edoardo, rugbista torinese di 24 anni, laureato in giurisprudenza.


Continua la rubrica che vede protagonisti i giovani del Piemonte e le realtà interessanti del territorio, tra vita universitaria, sport, cultura.
In questa intervista, la Gazzetta del Nord Ovest si è chiesta come fosse organizzata la vita di uno studente universitario che pratica anche sport a livello agonistico. Abbiamo intervistato Edoardo, ragazzo 24enne di Torino che frequenta un tirocinio al Tribunale di Torino e gioca a rugby per il CUS Torino.

Com'è composta una sua giornata tipo? Tra allenamenti, partite in casa e in trasferta, studio e vita privata, si riesce ad avere spazio per tutto?

“La mia giornata tipo, o meglio, la mia settimana tipo, consiste nell'avere tre allenamenti di squadra, in campo dalle 20 alle 22 circa, in cui sto con il gruppo, con cui prepariamo la partita della domenica. Il tempo che riesco a trovare è sicuramente sufficiente perché, avendo gli allenamenti alle 20, ho tutta la giornata per garantirmi lo spazio necessario sia per lo studio sia per il tirocinio, quindi per l'attività lavorativa.
Oltre a questi tre allenamenti ne ho di ulteriori, individuali, in palestra: quando ho la possibilità vado verso le 7:45 – 8, per circa un'ora di tempo. Una volta tornato a casa, mi metto sui libri. È difficile coniugare il tutto, però dopo cinque anni in cui mi sono allenato e ho conseguito una laurea in giurisprudenza, ho imparato sempre di più a gestire il mio tempo e ad organizzarmi. Al mattino studio e voglio essere molto concentrato; altre volte vado in palestra durante la pausa pranzo e al pomeriggio riprendo a studiare per circa tre ore. Verso le 19:30 esco di casa e mi dirigo al campo per l’allenamento. Il tempo si trova”.

In che sede state giocando? Edoardo, qual è il ruolo in campo?

“Faccio parte del CUS Torino, precisamente della seconda squadra di rugby che milita in Serie C, per il secondo anno consecutivo. Abbiamo l’obiettivo di vincere il campionato e salire in Serie B. Io faccio parte dei veterani della squadra, di cui molto spesso sono il capitano, mentre altre volte vice capitano. Essendoci da molto tempo, cerco di essere un leader all’interno della rosa. Il nostro campo è a Grugliasco, in Strada del Barocchio, nella prima cintura torinese”.

Qual è stata la difficoltà più grande nel conciliare rugby e giurisprudenza? Ha mai pensato di mollare?

“La difficoltà più grande è stata soprattutto all'inizio, perché ho iniziato, in epoca Covid, sia il percorso universitario sia il percorso all’interno di una società sportiva agonistica di categoria nazionale. Successivamente, dopo la fase pandemica, sono riuscito a riprendere la mia routine tra vita universitaria e allenamenti. Ci sono state fasi in cui è stato difficile coniugare il tutto, soprattutto dal punto di vista sociale, perché gli allenamenti toglievano il tempo alle prime uscite di conoscenza con i colleghi e gli amici universitari. Non è stato semplice, perché più volte mi sono trovato di fronte a un bivio: andare ad allenamento, adempiendo a un mio dovere e piacere, o partecipare ad un aperitivo. Entrambe le cose non si potevano fare. La chiave consiste nel pensare una cosa alla volta e godersi ogni momento: ciò mi ha garantito di non avere rimpianti su determinate scelte, perché esistono possibilità di divertimento e di socializzazione anche andando in un ambiente agonistico, come il terzo tempo, cioè i momenti post partita”.

C’è qualcosa che può unire giurisprudenza e rugby? Lo sport le ha insegnato ad affrontare gli studi?

“Questa visione va analizzata a prescindere dal singolo sport e dalla singola facoltà, perché, secondo me, lo sport permette di costruire un'identità forte nella persona, che potrà affrontare qualsiasi difficoltà legata, nel caso, al mondo universitario. Faccio un esempio: la costanza e l'organizzazione sono due parole fondamentali sia in un campo sia nell'altro, rimanere focalizzati su ogni momento è fondamentale. L’organizzazione sicuramente è data dall'università, e l'ho poi trasferita anche nel campo sportivo. Allo stesso modo, la costanza l'ho trasportata dal mondo dello sport al mondo dello studio. I risultati non li vedi quotidianamente, ma sul lungo periodo: gli sforzi di ogni singolo giorno, sia inerenti allo studio sia agli allenamenti, ti permettono di superare gli esami e le partite”.

Che cosa significa essere capitano? Ci sono stati momenti in cui ha dovuto prendere delle decisioni per la squadra?

“Nella nostra squadra si viene nominati capitani e vicecapitani: la legittimazione di essere leader della squadra nasce direttamente dallo spogliatoio. Ad inizio anno effettuiamo delle elezioni, dove chi prende più voti viene nominato leader della squadra. Per me è motivo d'orgoglio perché significa che la rosa ha visto e vede in me un esempio positivo. Ci insegnano che ci sono diverse categorie di leader: quelli silenziosi e quelli che parlano. Io comunico molto con i miei compagni. Mi sento molto responsabile perché ogni parola e ogni gesto devono essere positivi.
Ci sono anche dei momenti difficili, come il rapporto con l’arbitro: essendo uno sport di contatto, a volte si accendono gli animi e non è semplice rimanere calmi e concentrati. In più, quando la partita non sta andando nel migliore dei modi, bisogna dare l’esempio in campo in termini di prestazione, cioè andando a placcare molto duro, andando a portare palloni in avanti, a forzare qualche azione”.

Qual è stato il momento più bello vissuto con la sua squadra? E il più difficile da affrontare?

“In generale, in questi ultimi cinque anni, vincendo i campionati nazionali universitari, siamo arrivati a vincere la Serie A. Questo ci ha permesso di salire nella categoria professionistica.
Anche il percorso dell’ultimo anno è stato uno dei più emozionanti, con la vittoria del campionato di Serie C, che tra l'altro è coincisa con il giorno del mio compleanno. Il 18 maggio 2025 è stata una giornata perfetta in tutti i sensi: abbiamo giocato la partita più bella da quando faccio parte di questo gruppo e si è rafforzato ancor di più il legame con i compagni: questa seconda squadra è composta da giocatori che si conoscono da quando hanno più o meno tutti 14 anni. Ci sono stati momenti positivi che porterò per sempre con me, che racchiudono l’essenza di questo sport e mi fanno pensare alle difficoltà incontrate in passato. Vivo per questi momenti.
Allo stesso tempo, però, pur avendo vinto sul campo, non siamo saliti in Serie B. Questioni legate all'ordine societario e alla dirigenza: per il regolamento non rispettavamo determinati requisiti. Ci siamo trovati in una situazione di disagio perché non ricevevamo spiegazioni dalla dirigenza. Non è stato bello vedere sfumare quanto ottenuto in campo col duro lavoro”.

Quanto è importante una realtà come il CUS per i giovani del territorio torinese? Consiglierebbe a uno studente universitario di intraprendere una carriera sportiva di questo tipo?

“Il CUS è una delle realtà, secondo me, più importanti a livello territoriale, quindi in tutta la prima cintura torinese. Racchiude un bacino molto ampio di popolazione, offrendo agli studenti universitari tesserati CUS di praticare sport anche in condizioni gratuite. Ad esempio, è possibile andare nelle varie palestre CUS ed essere seguiti, in modo gratuito, da personal trainer. Inoltre, il CUS mette a disposizione delle agevolazioni per gli studenti. Le borse del progetto AGON sono borse di studio che danno la possibilità agli atleti più meritevoli dal punto di vista sportivo, per esempio legati al mondo rugbistico, di non interrompere gli impegni sportivi a causa di quelli universitari. Si parla di dual carreer, in cui, per esempio, vengono previste delle ulteriori date di esame per gli atleti. Considero il CUS una realtà molto positiva”.

Perché ha scelto proprio il rugby e non altri sport? Il suo futuro sarà più in toga o più con il pallone ovale?

“Ritengo che il rugby sia uno sport inclusivo, permette a tutti di crescere nei vari momenti del proprio percorso, cerca di non lasciare nessuno indietro, ma di portare tutti gli atleti allo stesso livello. Quello che trovo appassionante, e che mi permette ancora di giocare all’età di 24 anni, risiede principalmente in due aspetti. Il primo aspetto riguarda tutti gli sport di squadra ed è lo spogliatoio, quindi questa forma di convivenza, il clima che si crea, come di fratellanza. Sono belli anche gli scontri fisici, in cui percepisci l’agonismo. La soddisfazione di vincere un duello è impagabile.
Per quanto riguarda la domanda sul mio futuro, ritengo che l’aspetto sportivo sia una bella realtà che sto vivendo adesso, ma che è destinata a terminare. Vedo più il mio futuro ovviamente in toga, proprio per i miei obiettivi. Fin quando ne avrò la possibilità cercherò di giocare a rugby; nel momento in cui dovrò effettuare una scelta fra sport e carriera, sicuramente sceglierò quest’ultima. Penso che potrà permettermi di avere maggiori soddisfazioni e di crescere come persona”.

In estrema sintesi, cos'è il rugby per lei?

"Un mix di passione e fratellanza”.


Autore:
Redazione